Ormai s'era fatto buio. Era il momento migliore per uscire di casa. Poche persone in giro, pochi coraggiosi o disperati a sfidare l'aria gelida e sferzante.
Charlotte camminava velocemente, sul bordo di una strada di campagna senza marciapiede, sfiorata ogni tanto da macchine che sbucavano dal nulla nero alle sue spalle.
Niente macchina per lei. Si era infagottata nel suo piumino nero che la rimpiccioliva ancora di più, sotto solo la tuta che portava in casa, uno di quegli stracci alla quale era molto affezionata, un po' imbrattata di colori, scolorita qua e là ma che la facevano sentire comoda e coccolata.
La sacca a tracolla e aveva iniziato a camminare, incurante del vento gelido, della punta delle dita intirizzite che sbucavano dai guantini.
La strada era buia. Pochi lampioni, una luce giallina appena sufficiente.
Camminava Charlotte. Veloce. Come fosse inseguita dal diavolo. Come volesse fuggire da se stessa. Lasciarsi dietro tutto. Camminare..camminare..camminare....inghiottire la strada e con lei inghiottire aria e libertà.
Respirare. Respirava. Aria gelida .Aria libera.
Superò lo studio del medico. Era così catturata dal quel camminare veloce, da quella sensazione di libertà che non ricordava neanche più il motivo.
Tornò indietro. Aprì la porta dell'anticamera del piccolo studio medico e una zaffata di aria calda mista a medicinale l'investì. Odiava quell'odore di malattia. Una sensazione di nausea le salì dallo stomaco. Capitava così, ogni volta che era in un ospedale o davanti ad un medico.
Poi, i suoi occhii diventavano più grandi e s'inumidivano, spalancati su qualcosa d'indefinito che non guardavano e non fissavano niente. Due laghi verde scuro nei quali non si poteva leggere più niente.
Le persone all'interno la guardarono. I capelli gli coprivano una parte del viso, il naso cominciava a colare per la differenza di temperatura, lo sguardo perso, un pallore quasi lunare.
Prese il numero e si sedette in disparte, nel punto meno illuminato, evitando lo sguardo di chi, in una sala d'aspetto cerca conversazione per passare il tempo.
Man mano che i minuti si susseguivano preparava il discorso da fare al medico.
Si sentiva stupida. Ma non era una novità. Si sentiva sempre stupida e a disagio quando doveva parlare di se.
Charlotte era così. Sguardo attento , occhi negli occhi, quando doveva ascoltare qualcuno.
Sguardo a fissare un punto lontano, con un filo di voce, quasi parlandosi addosso, quando doveva parlare di se.
Provò ancora il discorso. Poi pensò che forse faceva ancora in tempo ad andarsene, che tanto....
Venticinque!
Toccava a lei.
"Dottore oggi non sono andata al lavoro e vorrei un certificato". Disse d'un fiato.
Lui alza un attimo lo sguardo. Poi ricominciando a scrivere chiede: "Come mai?"
"Ecco...stavo male.....se vuole posso dirle che avevo mal di testa, ma... la ....verità.....è........"
-Charlotte!Maledizione! Non ora! Inghiotti quello gnocco di lacrime che ti strozza e parla.-
"La verità è che non ci riesco ad stare tra la gente.....la verità... è ....che... non....è che...sto ....male...è......"
"Bel problema" disse lui senza guardarla in faccia. "Quanti giorni vuoi?Cosa scrivo nel certificato"
"Ma...non sò......io non sono andata neanche la settimana scorsa ..ma.....ho preso le ferie..ma...sto...male...e...non riesco a lavorare...e...non...riesco a stare a casa...ma...io...non......".
"Ma io devo scrivere qualcosa!!!!...va bene fino a venerdì?? Risponde stizzito mentre il telefono squilla e lui risponde.
-Guardami Dottore. Guardami in faccia e capirai.-
Scrive un certificato. Charlotte allunga la mano.Sembra elemosina.
Lui fa mezzo sorriso mentre parla al telefono e gli fa ciao con la mano.
Fuori di nuovo. Aria. Fredda. Aria e libertà. Comincia a piovere.
-Dottore, io potrei buttarmi da un ponte o sotto il treno o farmi schiacciare da un tir, dottore....e tu non sapresti neanche che faccia ho. Dottore. Io ti volevo spiegare, parlare, capire, Dottore. Non volevo la tua falsa elemosina.Dottore-
Charlotte cammina veloce. Cammina tanto fino a stancarsi. Giri a vuoto. Qualche lacrima scende e si mischia alla pioggia.
Fari, lampioni, asfalto lucido. Sguardi evitati. Gente evitata. Lei ha lo stesso colore della notte. Poi la strada di campagna. Buio. Un cane le si accoda in cerca di una carezza o di un po' di compagnia.
Rientra a casa.
"Mammmmmaaaa...sei tu???"(Perchè gridi?)
"Si"
"Dove seeeeei andataaaaa?" (Perchè non esci da quella stanza?)
"Dal medico"
"Ma la macchiiiinaaaa eraaaa quiiiii!"
"Sono andata a piedi"
"A piedi????? (Ora sbuchi dalla stanza)
"Ma sono cinque kilometri!!!...Tu sei pazza! E piove pure!"
"Ho fatto due passi".
"Beh..perchè sei andata dal medico? Che ha detto??"
Charlotte mette la mano in tasca. Prende il certificato e lo legge.
"Che ho mal di denti".
2 commenti:
"sò" SENZA ACCENTO!
Santa Ignoranza!!!!!
il dottore m'ha detto che non è cosa buona parlare con chi non esiste..no no no..
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