[...]
In quel momento sono arrivati i nostri piatti.
«Buon appetito.»
Abbiamo cambiato discorso e mi ha parlato della sua idea di fermarsi un po' a Capo Verde e soprattutto di Sophie. Quando parlava di lei cambiava l'espressione del suo viso.
«E con Francesca come va?»
«Credo che ci siamo lasciati, è sempre la stessa storia, mi conosci, dopo un po' che sto con una mi stufo, mi annoio.
«Pensa che quando ho visto Francesca non sai che cosa ho fatto per uscirci. L'ho corteggiata, le ho messo i bigliettini sulla macchina, e quando poi sono stato con lei non desideravo altro, ero al settimo cielo. Ma è sempre il solito fuoco di paglia.
«Un giorno le amo, il giorno dopo non le amo più.
Sento come un tic, e tutto pian piano si spegne. Eppure ero convinto, ci avevo creduto. Ho pensato che lei fosse quella giusta, non sai quanto l'ho desiderata.
«Tu non hai paura che un bel momento con Sophie finisca e che un giorno vi potreste lasciare?»
«No, veramente no. Siamo molto liberi, e due persone libere da cosa si possono lasciare?»
«E cosa pensi di quello che ti ho detto?»
«Non saprei...»
«Vabbè, dimmi quello che pensi, avrai un'idea al riguardo.»
«Secondo me non riesci a capire perché analizzi i sintomi e non la malattia. Il tuo problema non è nella relazione con le donne. Quello è una conseguenza.
Il tuo problema sta a monte, sta nella relazione con te stesso e con la tua vita.
«Innanzitutto, come fanno molte persone, anche tu chiami amore il desiderio di possedere. Possedere e appartenere a qualcuno. Perché, senza offesa, tu e Francesca non siete in grado di amare. Non siete due amanti, semmai siete due conoscenti intimi.
Vi innamorate perché innamorarsi può farlo chiunque. Ma amare è un'altra cosa.
Nell'amare una persona ci può anche essere una fase di innamoramento, ma non è detto che quando si è innamorati si ami veramente l'altro.
«Io ti conosco: tu non sei in grado di rimanere solo per lungo tempo. Dopo un po' hai bisogno di stare con qualcuno e quindi di subire le sue richieste, e viceversa.
Finisci semplicemente per tollerare e sopportare l'altro, perché è sempre meglio che stare soli. Come la storia dei porcospini di Schopenhauer.»
«Non la conosco.»
«Te la racconterò un'altra volta. La verità vera è che non avete molto da darvi se non le vostre reciproche insoddisfazioni.
In questo periodo della vostra vita, a questa età, siete semplicemente i figli delle vostre sconfitte,
delle vostre paure. Finite col condividere le vostre infelicità. Siete infelici insieme, e questo vi fa sentire meno soli e meno spaventati. Ti sei offeso?»
«Vai avanti!»
«Tu non desideri veramente che Francesca sia felice, e se proprio lo desideri, vuoi che sia felice con te. Non hai mai pensato che amare veramente una persona significhi anche gioire della sua felicità altrove. Vuoi essere tu la sua felicità, perché è bello essere importante per qualcuno.
«Ti danni a voler dare a lei la felicità che non sai dare a te stesso.
Oppure speri che lei possa renderti felice, la carichi di questa responsabilità e lei finirà col deluderti. Sentirai di aver perso tempo.»
«Sì, vabbè... se uno ragionasse come te non starebbe mai con nessuno. Non esisterebbero le coppie.»
«Anch'io vivo con Sophie; non sono d'accordo quando la coppia diventa un modo per fuggire dalla propria vita o dalla responsabilità verso se stessi.
Non deve essere un antidolorifico, perché tanto non guarisce la ferita, la anestetizza per un po' così non ci pensi e nel frattempo stai meglio.
Solo che dopo non fa più effetto e allora ti innamori di un'altra e lei di un altro.
Cambi antidolorifico, oppure molti aumentano le dosi e si sposano, o fanno un figlio. Guarda che anch'io sono un po' così.»
«No, tu non sei più così e si vede.»
«Fidati, siamo tutti un po' così.»
«Non per giustificarmi, ma ti ricordi quella cosa che avevamo studiato a scuola su Platone: la storia della mezza mela che deve trovare l'altra metà?»
«Certo che me la ricordo. Ce l'avevano fatta studiare a memoria.»
«Un giorno Zeus volendo castigare l'uomo senza distruggerlo lo tagliò in due. Poi, per curare l'antica ferita, inviò Amore fra gli dèi, l'amico degli uomini, il medico, colui che riconduce all'antica condizione. Cercando di fare uno ciò che è due, Amore tenta di medicare l'umana natura.
«Vedi, Federico, essendo una metà troveremo la felicità incontrando l'altra e diventando una cosa sola. Platone non sarà mica un coglione. Non sei d'accordo su questo?»
«Certo che sono d'accordo. Ma l'altra metà da trovare non è una donna.»
«Come non è una donna? Vuoi dire che troverò la mia felicità con un uomo?»
«Sì, alto e muscoloso! Sei contento?
L'altra metà da trovare non è una donna: sei sempre tu.
È l'altra metà di te, la parte sconosciuta alla quale devi dare vita, per poterti finalmente incontrare. Per sempre. Questa è la vera unione in grado di liberarci da quel sentimento di solitudine che avvertiamo anche quando stiamo con qualcuno.
Allora, poi non c'è niente di più bello che condividere con una persona la propria vita. Però bisogna prima averne una. Una vita viva. È la totalità che esalta.
Quando guardi un quadro, può anche piacerti un particolare, ma è l'insieme che ti emoziona.
«Michele, io ti conosco, sei mio fratello, devi credermi quando ti dico che tu sei molto più di questo. Sei molto di più e lo sai. Come tutti, anche tu non sei un ruolo, sei un miracolo, cazzo! Dimmi che non hai mai avuto la sensazione di essere migliore, di poter fare di più nella vita.
Non hai mai avvertito la sensazione di vivere con il freno a mano tirato?
«È una certezza che c'è nel cuore di ognuno di noi. Tuo padre, per esempio. Non hai mai pensato che in fondo sia molto più di com'è? Di come vive? Pensaci bene.
«E Francesca?
«Michelangelo Buonarroti sosteneva che quando guardava un blocco di marmo vedeva già dentro la forma dell'opera d'arte e che il suo lavoro non era altro che togliere il superfluo, quello di troppo che imprigionava la statua. Anche noi siamo così. Ogni cosa è già qui anche se non si vede. L'opera d'arte è già dentro di noi.
C'è già tutta: noi non dobbiamo far altro che procurarci gli strumenti per liberarla. Per liberarci. Il problema qui non è stare o no con Francesca. Questo è un falso problema che ti serve a distrarti dall'altro, da quello vero.
Chiunque non libera quella metà di sé, chiunque non la trova, vive come un prigioniero, e le storie d'amore non sono altro che l'ora d'aria del carcerato. Per un carcerato l'ora d'aria è una delle cose più belle che gli possano capitare nella vita.
«Quando ho capito questa cosa, però, ho deciso che non volevo più l'ora d'aria e non volevo più andare in giro a offrire la mia agli altri. Io desideravo una vita piena d'aria. Respirare sempre. Una vita da essere umano libero. In quella cella sapevo muovermi. Ero totalmente padrone del mio tempo e del mio spazio. E poi vivevo circondato da persone che stavano anche loro in galera
come me.
«Un conto è se vuoi stare bene veramente, un conto è se vuoi solo stare meglio. Se decidi di stare semplicemente meglio, allora ti basta innamorarti ogni tanto, comprarti qualcosa, avere un aumento di stipendio. Arredare la cella. Puoi anche continuare a vivere così, ma ricordati che tu sei stato fatto per godere del sole. Se invece di aprire la finestra per farlo entrare, accendi ogni
tanto un abat-jour, col tempo potresti anche dimenticarti che esiste e alla fine in quella stanza l'abat-jour diventerà il sole.
«Tu fai come vuoi, ma di una cosa sono certo, per questo te lo ripeto: sei molto più di così. Fidati. Quanto darei perché ti potessi vedere anche solo per un istante come ti vedo io, come ti vedono i miei occhi. Non avresti più nessun dubbio.»
«E che devo fare?»
«Mi hai fatto la stessa domanda qualche anno fa. Io non sono un maestro di vita, ti sto solo dicendo ciò che penso in tutta onestà e magari sono un sacco di stronzate.
Per esempio, senti che vuoi scrivere quel cavolo di libro, lo dici da quando andavamo alle medie. Perché non l'hai ancora scritto? Inizia a buttare giù le parole che hai dentro e poi magari, mentre lo fai, capisci che in realtà non è un libro ma una canzone ciò che vuoi scrivere... o disegnare mobili, o tazzine del caffè, o aprire un'edicola... che ne sai? Però fai il primo passo.»
Cavolo come aveva colpito nel segno! Aveva proprio fatto centro.
Sicuramente non stavo vivendo la vita che volevo.
E per quanto riguarda le mie storie, avevo sempre sbagliato perché cercavo la mia totalità unendomi a un'altra persona.
Non ci si può unire se manca un pezzo. Ci si può solamente appoggiare.
Su questo aveva ragione.
Vivevo le storie d'amore con un sacco di preoccupazione. Diventavo geloso. Fortunatamente ancora oggi molte donne pensano che un uomo sia geloso perché le ama, considerano la gelosia come un gesto d'amore. In realtà, anche se dicevo di essere geloso perché ci tenevo, lo ero solamente perché difendevo la mia sopravvivenza. La mia stampella.
Così le mie storie d'amore avevano le radici nella paura.
Paura di perderla, perché da solo non riuscivo a provare quelle emozioni, paura di ripiombare nella solitudine.
Paura di tornare a zoppicare. Non davo vita a un sentimento vero, facevo solo scelte che mi facessero sentire meglio.
Nessuno mi aveva mai parlato in maniera così diretta e aveva mai centrato il problema così bene. La sera ho ripensato alle sue parole. Pur riconoscendo che molte cose erano assolutamente vere, invece di usare il suo punto di vista per analizzare la mia situazione ho iniziato a credere che lui parlasse così perché era diverso da me, aveva fatto scelte differenti e gli era andata bene. Ho fatto anche dei pensieri sul fatto che fosse tornato e che, siccome era stato via e aveva viaggiato, fosse convinto di aver trovato la soluzione a tutto, il senso della vita.
Nonostante non fosse mai stato lui a tirare fuori certi discorsi, ma fossi sempre stato io a farlo. Che stupido sono stato.
Ho fatto l'errore che si fa spesso quando si incontra una persona che ha scoperto delle cose. Invece di ascoltarla, invece di condividere con lei la sua scoperta, la si scredita. La si fa a pezzi. Anche se è una persona che si ama.
Allora ero troppo fragile da quel punto di vista e poi quelle parole mi mettevano alle strette.
Ero nuovamente di fronte a un appuntamento importante.
Il discorso di Federico era stato chiaro: non si trattava di stare o no con Francesca o di scrivere o non scrivere il libro.
Il ragionamento era molto più ampio. Richiedeva un puro atto di coraggio.
Ma io ero senza pelle, e anche un soffio di vento sembrava uno schiaffo. Troppo debole.
La debolezza non è altro che disarmonia interiore. Infatti ero totalmente disarmonico verso la vita. In fondo lo sapevo perché non avevo scritto quel libro: perché non avevo mai avuto il coraggio di farlo.
Non era per pigrizia, e forse nemmeno per il timore del giudizio degli altri. Il motivo vero era che finché non lo scrivevo potevo anche essere un grande scrittore. Il mio sogno era a un passo, era comunque la mia uscita di sicurezza, la mia alternativa utopica.
Se lo avessi scritto e avessi scoperto di essere un pessimo scrittore, il sogno sarebbe finito.
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